Maffa ([info]maffa) wrote,
@ 2006-09-20 22:34:00
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Unifil 2: prove di un disastro
Cerco sulle pagine del Corriere online, ma non ne trovo traccia. Neanche Repubblica dice niente. Controllo la rassegna stampa del Ministero della Difesa, che raccoglie in comodi .pdf tutte le notizie che riguardano di riffa o di raffa il mondo della Difesa italiana.

Niente.

Il mondo della comunicazione in Italia è assorbito completamente dalle parole del Papa alla lectio magistralis e alle relative reazioni, a Prodi e a Tronchetti Provera, un po' meno sul colpo di Stato in Thailandia e meno ancora sui disordini di Budapest.

Visto che non si trova, vi do notizia e commento.



Non è stato silurato il generale Castagnetti, ma l’Italia
Fabio Mini, 20 settembre 2006



Nella questione di Castagnetti c’è qualcosa di più del cosiddetto ‘siluramento’. Ed è perfino lecito chiedersi chi e che cosa sia stato veramente silurato. Sull’onda delle rimostranze di Kofi Annan per l’intervista rilasciata dal generale Castagnetti al Corriere della Sera la nostra Difesa si è affrettata a ‘proporre’ altri candidati. La designazione ufficiale di Castagnetti alla guida della cellulla strategica ‘presso l’Onu’ (non ‘dell’Onu’) era stata annunciata parecchi giorni dopo l’intervista ed era apparsa come la conferma che il ministro Parisi, oltre alla competenza, riteneva che la chiarezza d’idee e la franchezza fossero doti necessarie al delicato incarico.

Evidentemente il ministro non si rendeva conto che queste doti non sono apprezzate all’Onu dove le critiche non servono a far riflettere ma a scatenare risentimenti. Lo dovevano però sapere i suoi consiglieri, a partire dal capo di stato maggiore della Difesa, i quali avevano due alternative: suggerire al ministro di non candidare Castagnetti o candidarlo ugualmente e difenderlo fino alla morte. Era evidente che una terza alternativa, quella di candidarlo e poi soccombere, sarebbe stata un disastro non solo e non tanto per Castagnetti, quanto per il governo e per l’Italia.

Come sempre accade, la ‘cattedra’ ha scelto l’opzione più infelice: quella da scartare. Ma non si è accontentata di questo: l’ha ‘migliorata’ inventandosi la storia delle ‘procedure’ delle designazioni che solo Kofi Annan può fare. Si è perciò aggiunto un ulteriore scorno: ufficialmente Castagnetti non è stato ‘silurato’ da Annan, che viste le circostanze potrebbe essere un titolo di merito, ma lo si è fatto ‘perdere’ nella competizione con due altri colleghi. Per giunta, il ministro Parisi e i suoi consiglieri si sono dichiarati “molto soddisfatti” della scelta di Kofi Annan.

Nel più meschino gioco del fair play diplomatico e politico non c’è stato un accenno di resistenza e non c’è stata neppure una posizione ufficiale salvo quella della ‘soddisfazione’. Per uscire con onore dall’impasse auto-provocato sarebbe bastata una precisazione di questo genere: “Il governo prende atto della preclusione personale (perché solo di questo si tratta e non di competenze professionali) del segretario generale nei riguardi del generale designato e ne ritira la candidatura. Il governo rinnova al generale Castagnetti la sua piena fiducia e gli chiede scusa per l’imbarazzo nel quale lo ha inopinatamente posto”.

Ma la exit strategy non è mai stata il punto forte della nostra Difesa così come la gestione delle conseguenze è una scienza sconosciuta in via XX Settembre. Tuttavia il veto di Annan non è una semplice preclusione nei riguardi di un candidato, ma è una deliberata insolenza dell’Onu, del Dpko e di Kofi Annan nei confronti dei massimi dirigenti politici e militari italiani. Castagnetti non era ‘un candidato’ e meno che mai avrebbe dovuto passare per ‘uno dei candidati’. Non si spende il vertice del comando interforze in un momento in cui sono da gestire nuove fasi operative in Afghanistan, il ritiro dall’Iraq e lo spiegamento in Libano soltanto per fare i giochetti diplomatici. Castagnetti era ‘destinato’ a quella posizione e ad essa era stato ‘comandato’.

Se le parole hanno un senso, bisogna concludere che oltre alla carenza di strategia e di scienza in via XX Settembre c’è anche mancanza di arte: quella del comando. Non si sa quale napoleone si sia inventato che la cellula strategica doveva far parte dell’Onu e dipendere dal Dpko. Castagnetti doveva esercitare la supervisione strategica per conto di nazioni sovrane che si erano assunte l’onere di guidare un’operazione che altrimenti non sarebbe mai partita. Tale supervisione non rientra nella capacità dell’Onu. L’organo di comando e controllo militare previsto dalla Carta delle Nazioni Unite non è mai stato costituito. Per missioni complesse c’è sempre qualcuno che esercita tale funzione e non è mai l’Onu, ma l’Ue, la Nato, la Coalizione o la Nazione guida.

Quando questo anello è mancato sono successi dei disastri. Unifil 2 non è la continuazione di Unifil 1, ma un’operazione diversa con mandato e regole diverse, ma soprattutto con uno scopo diverso. E’ evidente che non si tratta di gestire degli osservatori militari e civili quasi disarmati, ma una forza d’interposizione tra parti che non hanno mai cessato le ostilità. Pensare che la cellula potesse inserirsi nel Dpko anche come semplice osservatore e che la gestione politico-strategica dell’interposizione fosse condotta da chi negli ultimi 28 anni ha gestito Unifil 1 a suon di fallimenti era esattamente il rischio da evitare.

Italia e Francia si sono dovute assumere anche questo onere ed è loro prerogativa scegliere chi assegnare. Certo, la formula della cellula è una cosa inedita, ma la procedura per la sua costituzione non può ridursi alla solita liturgia delle candidature, delle interviste, degli esamini e dei gradimenti personali che valgono per i funzionari interni e per gli uscieri. Il ministro Parisi forse questo non lo sapeva, ma il suo ministero sì. E lo sapeva bene l’Onu che ha approfittato dell’Italia (cosa sarebbe successo se il turno fosse toccato alla Francia?) per sancire una volta di più che il suo apparato burocratico si ritiene uno strumento di gestione del potere piuttosto che l’apparato di servizio della comunità internazionale.

Di fronte a tale atteggiamento, il fair play è fuori luogo: bisogna rendersi conto che non è stato silurato Castagnetti, ma il nostro Paese ed è paradossale che alla nostra Difesa non si sia trovato di meglio che ‘esprimere soddisfazione’. Ma c’è di più: l’operazione in Libano ha un rischio in più. Non perchè cambia un generale a New York, ma perchè la linea di comando adottata e il comportamento assunto da New York e da Roma incidono negativamente anche sul lavoro del nuovo supervisore. Al posto del generale Castagnetti andrà il generale Ridinò: nulla da dire sulla sua capacità professionale. Ma Ridinò ora sa che non può parlare chiaro, che non può far valere la sua opinione, che dovrà fare esattamente ciò che dice il Dpko, che non si può permettere di riferire direttamente a Roma o Parigi, che non potrà dialogare liberamente con il comandante sul campo e che non potrà fidarsi di nessuno dei suoi interlocutori.

Egli sa che in ogni momento potrà essere rispedito a casa e sa anche che nessuno lo difenderà. Anzi, esprimerà ‘soddisfazione’. Con queste premesse, l’operazione subisce un grave colpo proprio al livello che era più necessario che fosse attivato e ‘attivo’. A Castagnetti esprimiamo tutta la nostra solidarietà. Visto che il ministro non lo ha fatto lo facciamo noi: gli chiediamo scusa, certi d’interpretare i sentimenti di stima di tutti i colleghi. A Ridinò più che mai, con amicizia, auguriamo ‘in bocca al lupo’.


Da Pagine di Difesa.



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[info]gionni
2006-09-20 10:29 pm UTC (link)
Stavo per mandarti lo stesso link.
Io ne sono al corrente da ieri o ieri l'altro.

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